Ci siamo, fervono i preparativi nel cineteatro DAM. Mentre ci prepariamo al meglio per l’arrivo del Prof. Ugo Mattei, vi ricordiamo che potrete seguire la diretta dell’evento sul nostro profilo Twitter.
Sono passati quattro mesi dalla demolizione senza alternative del Filorosso, lo spazio sociale autogestito nato all’Università della Calabria ormai nel lontano 1995. Il 14 dicembre avrebbe compiuto 16 anni, e noi abbiamo deciso di festeggiare lo stesso.
In 16 anni Filorosso è stato tante cose, ma su tutte è stato un collettivo politico che nell’università e sul territorio, ha animato le lotte per il diritto allo studio e la vivibilità del campus, per la libera formazione ed il reddito di cittadinanza, per la socialità studentesca, la legalizzazione delle droghe, il riutilizzo sociale degli spazi abbandonati, per l’informazione critica.
Il 4 agosto, quando è stato demolito, al Filorosso c’erano: una sala prove, una cucina sociale, un ufficio stampa, una sala studio e riunioni ed una sala attrezzata per proiezioni video, concerti, feste. Era un centro sociale che pulsava di vita e aggregava vecchie e nuove generazioni di studenti.
Oggi Filorosso è una spianata di cemento ed un collettivo di persone indignate perché sono state private di un bene comune, dove l’incontro e la socialità avvenivano in forma libera e spontanea, dove la musica generava crescita culturale e legame sociale in un campus sempre più disgregato e deserto.
In 16 anni è cambiata l’università, sono cambiati gli studenti, è cambiato anche il Filorosso, ma le motivazioni per cui è nato ci sono ancora tutte. Per questo continuiamo a riunirci, a contestare il Grande Rettore e a proporre momenti di aggregazione e nuovi spazi di socialità, anche all’aperto.
Questa università ha bisogno di essere vissuta e amata dai suoi primi cittadini, che sono gli studenti. Possiamo riappropriarcene tutti insieme e fare in modo che la straordinarietà della festa diventi l’ordinarietà del nostro vivere comune. Solo partecipando è possibile cambiare le cose.
OGNI LUNEDì ORE 18:00 c/o DAM – ASSEMBLEA DI GESTIONE + APERITIVO SOCIALE
L’orario della presentazione del libro è slittato alle 18:30 causa impegno del prof. Mattei al CdA del Manifesto che si terrà la mattina a Roma.

Giovedì 15 dicembre alle ore 18:30 (non più alle 17:00) verrà presentato il libro “Beni Comuni – un manifesto” di Ugo Mattei. Interverrà l’autore (docente Università di Torino) insieme a Claudio Dionesalvi (giornalista), Anna Maria Jellamo (docente Università della Calabria), Tonino Perna (docente Università di Messina) e Marta Petrusewicz (docente Università della Calabria).
Ugo Mattei insegna Diritto civile all’Università di Torino e Diritto comparato e internazionale alla University of California. È stato vicepresidente della Commissione Rodotà per la riforma dei beni pubblici, co-redattore dei quesiti referendari per l’acqua bene comune e ha patrocinato come avvocato la loro ammissibilità presso la Corte Costituzionale. È editorialista del quotidiano “il manifesto”.
“Beni Comuni” in breve
Dalla lotta per l’acqua, l’università e la scuola pubblica a quella per l’informazione critica; dalle battaglie contro il precariato e per un lavoro di qualità a quelle contro lo scempio e il consumo del territorio; dalla lotta contro la privatizzazione della rete internet a quella contro le grandi opere: i beni comuni non sono una merce declinabile in chiave di avere. Sono una pratica politica e culturale che appartiene all’orizzonte dell’esistere insieme. Questo volume, scritto nella forma agile del manifesto, teorizza i beni comuni come riconquista di spazi pubblici democratici, fondati sulla qualità dei rapporti e non sulla quantità dell’accumulo.
Ore 23:00 UNICALternative Party – Balliamo sulle macerie
A quattro mesi dallo sgombero dello spazio sociale autogestito, e dopo la campagna d’autunno contro il Grande Rettore, Filorosso torna a farsi sentire con un’iniziativa di forte valore culturale e politico. E lo fa ripartendo dal DAM, luogo nel quale era nato nel 1995, nel quale è rimasto fino al 2000 e nel quale ritorna dopo 11 anni.
Ilaria Cucchi: “Un film per riaprire il processo sulla morte di mio fratello”
La pena di morte in Italia non c’è, ma Stefano l’ha avuta”. E ancora: “La speranza è che il processo vada a monte per ricominciare con dei presupposti più veritieri”. 147, e 148: non sono numeri, ma morti di carcere. Il 148° del 2009 è stato Stefano Cucchi, deceduto il 22 ottobre a 31 anni, in circostanze ancora da accertare, nel Reparto di Medicina Protettadell’Ospedale Pertini di Roma, sei giorni dopo il suo arresto. 148 Stefano. Mostri dell’inerziaè il documentario di Maurizio Cartolano, prodotto da Ambra Group e distribuito dal Fatto Quotidiano il 30 novembre, presentato in anteprima al Festival di Roma: “Restituisce l’immagine autentica di Stefano e dei suoi rapporti con la famiglia, perché la sua storia sopravviva alle ipocrisie: ora è l’unico mezzo, perché sono sfiduciata della vicenda giudiziaria”, dice Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, anima e nerbo del progetto.
Che è un’arma preziosa, perché “il ruolo dell’informazione è fondamentale, il processo mediatico più importante di quello giudiziario”, e si aggiunge a un altro privilegio: “Mi sento quasi irriconoscente e irrispettosa verso le altre famiglie che non possono neanche avere un processo. Noi il processo ce l’abbiamo, ma è tutto difficile, perché il primo processo è alla vittima e alla famiglia. E Stefano è un tossico che meritava di morire”, accusa Ilaria. Eppure, la fiducia nello Stato c’è ancora: “Da cittadina onesta la devo avere, anche se sono pessimista: è normale che una famiglia sia abbandonata a se stessa nelle aule?”. Parole e numeri che bruciano: “148 ristabilisce la verità: in Italia non c’è la pena di morte, ma mio fratello l’ha avuta”. E nemmeno è stata riconosciuta: “Le responsabilità individuali sono evidenti, ancor più quando si coprono i colpevoli: non si parla più di mele marce, bensì di macchiare tutta la categoria”. Picchiato nei sotterranei del tribunale, isolato e lasciato morire all’insaputa dei familiari, Stefano ha rivelato ancora una volta “la realtà spaventosa del carcere: quattro ore con la schiena rotta su una panca di ferro, perché il detenuto è carne da macello e il rispetto per la dignità umana conta zero”. E, dice Cartolano, “poteva accadere a chiunque, come già a Federico Aldovrandi e Giuseppe Uva.
Eppure, in tribunale si nega che Stefano sia stato picchiato: polizia penitenziaria, carabinieri e medici, c’è un sistema omertoso”. E una sola speranza, che Ilaria rivendica: “Io, Patrizia (madre di Federico Aldovrandi), Lucia (sorella di Giuseppe Uva) e Domenica (figlia diMichele Ferrulli) siamo unite e vicine”. E Il futuro prossimo è un’associazione: vittime di Stato?
(da Il Fatto Quotidiano on line)
All’Università della Calabria succedono cose strane: si demoliscono i centri culturali autogestiti per improbabili motivi di sicurezza e agitando inesistenti questioni di esclusività nell’uso pubblico di spazi altrimenti inutilizzati, e poi si affida arbitrariamente ad esterni la gestione temporanea delle strutture istituzionali, senza criteri trasparenti ma con il metodo silenzioso della conoscenza personale. Come se fosse casa sua, il rettore dispone delle strutture culturali dell’ateneo – costruite con i fondi pubblici e dunque patrimonio di tutti – affidandone la gestione nel chiuso della sua stanza a chi più gli aggrada.
E’ avvenuto così per il Teatro piccolo dell’università che, apprendiamo dai giornali, è stato affidato per tre anni a due compagnie teatrali (sarà vero?), che conosciamo perché nate all’interno del Filorosso. Non si spiega altrimenti la differenza di trattamento riservata dall’amministrazione all’indomani dello sgombero dei capannoni: le due compagnie erano occupanti al pari del centro sociale, ma non solo non sono stati denunciati i loro fondatori, ma anzi hanno ricevuto in premio la gestione del teatro. Sta avvenendo così per il Teatro grande che vede finalmente la luce, dopo anni e anni di lavori e soldi pubblici investiti, eppure la prima iniziativa organizzata è una rassegna curata dal Teatro Stabile di Calabria, struttura che – nonostante il nome che porta – di pubblico non ha praticamente nulla.
Qui non è in discussione la bravura artistica delle organizzazioni citate, quello che si contesta è il modo con cui il rettore Latorre si rapporta da troppo tempo agli spazi culturali che sono una ricchezza non solo per l’università ma per l’intero territorio. Lo stesso metodo che ha portato alla demolizione senza alternative del Filorosso, un centro propulsore di cultura per i giovani calabresi, che ha pagato così la sua indipendenza e la sua libertà. Siamo stati privati – dopo 16 anni – di uno spazio adeguato per la musica rock che l’università aveva offerto, senza volerlo anzi osteggiandolo apertamente, agli studenti, ai gruppi musicali, al territorio. L’università può contare oggi su un teatro grande, un teatro piccolo, diversi anfiteatri, due sale cinematografiche di prossima inaugurazione. Mentre la musica, regina dell’aggregazione giovanile, viene trattata da cenerentola delle arti: nessuna cittadinanza per la musica, cancellati anche gli insegnamenti di musica dal corso di laurea in Dams, unici superstiti la musica barocca (!), il coro polifonico (!) e i rari concerti di musica classica organizzati dal Cams (!)…
E’ come se l’università si trovasse in dote dei gioielli e non sapesse realmente che farne: qual è la politica di lungo corso che l’amministrazione ha in mente per le strutture culturali dell’ateneo? Le premesse non sono buone per niente, non c’è chiarezza, si usano due pesi e due misure verso gli operatori culturali, non c’è confronto negli organi collegiali, non ci sono bandi pubblici. Un’istituzione pubblica deve utilizzare criteri pubblici, deve rendere conto sulle scelte che opera, deve fornire spiegazioni. In questa università invece il solo domandare appare come reato di lesa maestà e le risposte, se e quando arrivano, sono autoritarie e comunque poco convincenti. Un uomo solo al comando non può che commettere errori, specie se si tratta di un economista dal piglio manageriale alle prese con una materia delicata come la cultura (pensate al Cams: il prof di fiducia del rettore, che prometteva grandi innovazioni per le sue doti ‘manageriali’, ha piuttosto affossato la già debole attività del centro).
E’ la comunità universitaria che deve decidere sulla vita degli spazi culturali, ed assumere con coscienza, in un percorso partecipato, la decisione di affidarne la gestione a privati oppure la sfida di provare a gestirle direttamente utilizzando le competenze interne che pure esistono, rischiando, sperimentando e innovando davvero.
Arcavacata 05.11.2011
Filorosso ‘95
