Ci siamo, fervono i preparativi nel cineteatro DAM. Mentre ci prepariamo al meglio per l’arrivo del Prof. Ugo Mattei, vi ricordiamo che potrete seguire la diretta dell’evento sul nostro profilo Twitter.
L’orario della presentazione del libro è slittato alle 18:30 causa impegno del prof. Mattei al CdA del Manifesto che si terrà la mattina a Roma.

Giovedì 15 dicembre alle ore 18:30 (non più alle 17:00) verrà presentato il libro “Beni Comuni – un manifesto” di Ugo Mattei. Interverrà l’autore (docente Università di Torino) insieme a Claudio Dionesalvi (giornalista), Anna Maria Jellamo (docente Università della Calabria), Tonino Perna (docente Università di Messina) e Marta Petrusewicz (docente Università della Calabria).
Ugo Mattei insegna Diritto civile all’Università di Torino e Diritto comparato e internazionale alla University of California. È stato vicepresidente della Commissione Rodotà per la riforma dei beni pubblici, co-redattore dei quesiti referendari per l’acqua bene comune e ha patrocinato come avvocato la loro ammissibilità presso la Corte Costituzionale. È editorialista del quotidiano “il manifesto”.
“Beni Comuni” in breve
Dalla lotta per l’acqua, l’università e la scuola pubblica a quella per l’informazione critica; dalle battaglie contro il precariato e per un lavoro di qualità a quelle contro lo scempio e il consumo del territorio; dalla lotta contro la privatizzazione della rete internet a quella contro le grandi opere: i beni comuni non sono una merce declinabile in chiave di avere. Sono una pratica politica e culturale che appartiene all’orizzonte dell’esistere insieme. Questo volume, scritto nella forma agile del manifesto, teorizza i beni comuni come riconquista di spazi pubblici democratici, fondati sulla qualità dei rapporti e non sulla quantità dell’accumulo.
Ore 23:00 UNICALternative Party – Balliamo sulle macerie
A quattro mesi dallo sgombero dello spazio sociale autogestito, e dopo la campagna d’autunno contro il Grande Rettore, Filorosso torna a farsi sentire con un’iniziativa di forte valore culturale e politico. E lo fa ripartendo dal DAM, luogo nel quale era nato nel 1995, nel quale è rimasto fino al 2000 e nel quale ritorna dopo 11 anni.

Quello che è accaduto ieri a Roma ha le caratteristiche del dramma. Era ovvio e me lo aspettavo come se lo aspettavano molti dei commentatori, l’AISI (il nostro controspionaggio) e, come ovvio, come si auspicavano il governo e i suoi lacché. Non è la prima volta che davanti a movimenti di massa potenzialmente generatori di cambiamento si presentano le falangi dei “Neri”, dei Black Block o come diavolo vogliamo chiamarli. La loro presenza è un dato strutturale e deve fare riflettere i movimenti, costringerli se possibile a organizzarsi e a ripensare se stessi per marginalizzare questa deriva. Sgombriamo il campo da un equivoco di tipo autoconsolatorio e giustificativo: non è vero che i teppisti che ieri hanno sfasciato Roma siano tutti infiltrati della polizia, sappiamo che certe infiltrazioni possono esistere (come ci insegnò Cossiga che sosteneva di averlo fatto spesso negli anni ’70), ma non è vero che la totalità di questi siano infiltrati. La geometria dell’antagonismo anarchico è complessa e varia, non si può trovare nessuna reale “galassia di riferimento” come vorrebbero ora fare i giornali della destra. Questa mattina ho sentito parlare di “pericolosi agenti della FIOM tra i violenti” e mi è venuto da ridere. La guerriglia di ieri non è stato un moto di rabbia legato a qualche tipo di esigenza sociale, è stato un atto pianificato di strategia della tensione.
Altro dato su cui riflettere: se non si trovano le contromisure all’interno del movimento questi ci impediranno di portare avanti le nostre rivendicazioni. La prossima volta che ci sarà una manifestazione verrà molta meno gente, questo è poco ma sicuro. Certo non verrà la ragazzina del liceo, né la madre di famiglia né il pensionato che non aveva mai protestato prima. Il movimento così è depotenziato e silenziato, con beneplacito dei Berluscones &C. Il fatto è che lo spontaneismo sta troppo spesso strangolando il movimento. Con la logica del niente partiti, niente sindacati, tutto dal basso e tutto spontaneo non si va lontano. Lo spontaneismo colorato va bene per i Flash Mob davanti alla sede di Banca Italia, va bene se sali su un tetto alla sapienza o in Bicocca, ma non va assolutamente bene se sfili in 300 mila in una città. Ogni gioco ha le sue regole. Una manifestazione di questo tipo ha le sue regole, solo che se sbagli qualcuno si fa male o peggio ci lascia la pelle. Una delle regole basilari della guerriglia urbana è quella di infiltrare i grossi cortei di massa con piccoli gruppi agili e organizzati, penetrarli creare disordini e fuggire prima dell’arrivo della polizia, confidando nel fatto che nel caos che ne segue la violenza cieca della polizia contro i manifestanti faccia da miccia a disordini più estesi. È successo a Genova, qui non ci sono riusciti per la reazione scomposta della folla che ha cominciato a urlare loro di tutto e a tirare in qualche caso oggetti. Il movimento deve fare i conti con della gente che non ha colore politico ma che sa fare guerriglia, ha imparato negli stadi, ha imparato nelle situazioni semiclandestine, ha imparato in certi centri sociali di estrema destra o di estremissima sinistra, ha imparato militando in certi partiti di estrema destra o di estremissima sinistra,… sono capaci di mettere a ferro e fuoco una città e non hanno paura se ci scappa il morto. Per quanto nell’era del villaggio globale non si voglia capire è necessario ripensare al modo di fare questo genere di manifestazioni e tornare all’organizzazione ferrea del sindacalismo degli anni ’70. Non stiamo vedendo nulla di nuovo, frange di questo tipo esistevano anche trent’anni fa e gli si impediva semplicemente di entrare in azione. Se ci si aspetta che lo faccia la polizia, se il movimento aspetta l’intervento salvifico di terze persone siamo apposto. Bisogna tornare ai tempi del servizio d’ordine ben visibile nei cortei, dei cordoni per isolare i violenti fatti da operai delle fabbriche ben disposti allo scontro. È l’unico modo per arginare la violenza ed evitare che si ripeta Genova. La regola aurea, lo sappiamo è questa: “una manifestazione ben riuscita porta con se l’ingrandirsi del movimento”. A queste falangi di disperati (che adesso si staranno certamente spostando verso altri lidi) non importa nulla del movimento, a questi interessa l’ingrandirsi geometrico della loro filosofia. Soprattutto a questi interessa essere visti da coloro che potrebbe essere interessato al loro stile, per esempio certa tifoseria violenta o gruppuscoli autonomi del nord est, se il movimento è permeabile e loro pensano di usarlo come vetrina non sarà più possibile fermarli.
Da Il Quotidiano della Calabria del 12.08.2011 -
l’intervento del rettore Latorre, pubblicato ieri sul suo giornale, contiene falsità ed inesattezze, merita quindi una risposta chiara e puntuale da parte nostra. Come un ragazzino che l’ha fatta grossa, il magnifico dice le bugie nel tentativo di giustificare un’azione autoritaria e indegna di un’istituzione accademica, comunque la si voglia leggere. Il 4 agosto alle 3 del mattino, lo sceriffo Latorre ha sgomberato il Filorosso con la polizia, ha demolito con le ruspe il capannone, ha denunciato gli attivisti per occupazione, interruzione di pubblico servizio e furto di energia elettrica: questi i fatti. Che cosa ha reso così urgente un intervento di tale portata? La domanda posta dall’editoriale di Gianluca Veltri nei giorni scorsi, a leggere la replica di Latorre, rimane senza risposta. Qualora infatti le giustificazioni addotte fossero vere – e non lo sono – non basterebbero comunque a capire le ragioni di tanta violenza.
Le bugie.
1) L’autorizzazione. Chi altri è, se non il rettore, l’autorità che autorizza in università? Se il rettore avesse autorizzato le nostre iniziative, le nostre iniziative sarebbero state autorizzate. Così come vengono autorizzate (a volte anche finanziate!) le feste organizzate dai rappresentanti degli studenti e dai loro amici. O come fu autorizzato qualche anno fa un gruppo di studenti che in una stanzetta in fondo al ponte organizzava concerti e feste tutta la settimana, con la sua approvazione.
2) Le feste. Le nostre feste, così come le proiezioni dei film, le partite, le presentazioni dei libri, sono sempre state a ingresso libero, come possono testimoniare migliaia di studenti (rappresentanti compresi) e come il rettore ed i suoi collaboratori sanno bene, visto che vigilanza e telecamere ci osservano continuamente. Le uniche iniziative ‘a sottoscrizione’ sono i concerti: si chiama autofinanziamento e serve a pagare il cachet ai gruppi musicali.
3) Il baretto. In tutti i centri sociali c’è un baretto dove bere una birra a prezzo popolare. Il nostro si chiamava ‘bar rebelde’ e c’era un murales del subcomandante Marcos: il nome prendeva spunto da una campagna a cui Filorosso aveva aderito, di distribuzione del café rebelde zapatista, prodotto dalle comunità indigene del Chapas. Avevamo anche gli analcolici, una griglia e una piccola cucina per le cene sociali: avremmo potuto regolarizzare questa attività con apposite licenze solo dopo l’autorizzazione dell’ateneo.
4) L’energia elettrica. Se il rettore non ci avesse tagliato la corrente un anno fa, non saremmo stati costretti ad allacci di fortuna. Il nostro allaccio più fortunato, a scanso di equivoci, era un regolarissimo generatore autonomo di corrente, come risulta dal verbale di sequestro dei carabinieri.
5) La pericolosità. In quel capannone non si è mai ferito nessuno, perché era più sicuro di tanti cubi: realizzato a piano terra, era fatto di lamiera, con enormi saracinesche completamente apribili. Un cubo, con scale, ascensori e porte chiuse, è assai più pericoloso: di questi cubi, delle aule e dei laboratori, ci piacerebbe vedere i certificati di agibilità. Se fosse necessario demolire tutto ciò che non è a norma, verrebbe giù mezza università. Il Filorosso era sicuro almeno quanto il vicino Rossosimona, che il rettore ha lasciato perfettamente funzionante (con luce ed acqua) e utilizzato fino al giorno della demolizione, senza denunciare il suo occupante.
6) Poche decine. Sono migliaia gli studenti che partecipano alle iniziative del Filorosso: negli ultimi anni quel luogo era diventato davvero il centro sociale di tutti gli studenti, specie i fuori sede e gli Erasmus. Le minoranze sono sempre relative: è una minoranza anche la percentuale di studenti che elegge i suoi rappresentanti, che a stento arriva al 30%?
7) Il dialogo. Non ha mai cercato il rettore una soluzione ‘condivisa’, se per condivisa intendiamo la stessa cosa, cioè partecipata da entrambe le parti in causa. Il Senato accademico si era espresso per la salvaguardia dell’esperienza del Filorosso ma l’idea del rettore era diversa: eliminare un’anomalia, come lui stesso scrive, che non si è mai vista in altre parti d’Italia.
8) L’anomalia. L’anomalia positiva di Arcavacata, quella di essere nata come Campus, ha portato gli studenti a dare risposte autonome alla domanda di socialità e di qualità della vita degli alloggiati, laddove l’istituzione è stata assente. Occupare uno spazio inutilizzato dandogli nuova vita non è equivalente ad occupare le aule sul ponte, non toglie niente a nessuno, anzi semmai aggiunge. Non abbiamo mai recato disturbo alla didattica: le nostre iniziative erano soprattutto serali, ed era nostra cura la pulizia puntuale degli spazi.
9) Tutti uguali. Il rettore non hai mai voluto riconoscere la diversità del Filorosso, pretendeva che diventasse un’associazione come le altre: dovevamo rinunciare all’autogestione, al carattere informale dell’aggregazione spontanea per rinchiuderci in un’entità definita e controllabile. All’uguaglianza noi preferiamo il rispetto delle differenze.
10) Le regole. Le regole le fa chi ha il potere di farle e gli altri devono obbedire, anche se le regole sono ingiuste, questo pensa il rettore. Noi invece pensiamo che se le regole sono ingiuste, è giusto disobbedire, al fine di cambiarle.
L’Unical è peggio senza il Filorosso, questo è indubbio: vogliamo pertanto rassicurare i lettori, gli studenti, ed anche il rettore, che continueremo a tenere viva questa esperienza nell’instancabile convincimento che tocchi a noi per primi migliorare i luoghi in cui viviamo.
Filorosso ‘95
Come ai tempi del Leoncavallo da sgombrare. Blitz il quattro agosto. Anche gli antagonisti vanno in vacanza. Blitz all’alba di un centinaio di carabinieri e polizia sulla collina del nucleo storico del polifunzionale di Arcavacata, università della Calabria, giù al Sud. C’era da radere al suolo dei capannoni del centro sociale Filorosso e levarsi di torno due cooperative teatrali che dal basso hanno costruito nel corso del tempo formazione culturale, ricerca e liberazione di vita. Ai teatranti hanno permesso di recuperare le attrezzature e portarle altrove. A quelli del centro sociale solo la distruzione della ruspa. C’è anche una solerte indagine della Procura. Ai leader del centro sociale hanno notificato prosa giudiziaria bella forbita per occupazione abusiva e interruzione di pubblico servizio in concorso con altri. Gli altri sono centinaia di studenti e persone che da anni affollano feste, dibattiti e concerti all’interno di un’università che ha sempre sviluppato percorsi di socialità. La ruspa e il blitz sono scattati per una preoccupata denuncia del rettore Giovanni Latorre che non è mai riuscito a consociare Filorosso alla manageriale gestione dell’ateneo. Latorre, frequentatore e ben pagato consulente della politica calabrese e nazionale, ha una precisa concezione berlusconiana del potere e con adeguate leggi ad personam vi regna incontrastato da dodici anni. E’ illuminante capire come questo sia avvenuto, leggendo la gustose “Prime note per una biografia del Rettore riformatore” (http://www.ciroma.org/site/archives/6440) del professor Franco Piperno, eretico docente ad Arcavacata da lontane stagioni. Nel corso del tempo arrivano sempre all’alba le forze dell’ordine in questo campus concepito da Andreatta negli anni Settanta e che ha prodotto sapere critico e sovversione culturale. Era un’alba degli anni Settanta quando i reparti speciali di Carlo Alberto Dalla Chiesa fecero irruzione nelle maisonettes di docenti e studenti alla ricerca dei covi dei terroristi. Sequestrarono libri sulla rivoluzione dei corpi celesti e Cosenza garantista fece blocco insieme al corpo accademico del rettore Bucci che scrisse a Pertini per denunciare l’irruzione sul libero terreno dell’Università. In un’alba più recente passarono anche le forze speciali di Ganzer per arrestare i responsabili della battaglia di Genova. Come quelli di prima braccavano ricercatori e sociologi ma ancora una volta Cosenza la libera mobilitava eretica libertà.
La storia questa volta è più modesta anche se si svolge sempre all’alba. Le cronache parlano di un colonnello dei carabinieri che ha trovato un prezziario che proverebbe l’attività commerciale. Sono scesi in campo anche i vigili del fuoco con sopralluoghi che attestano la pericolosità dei luoghi che ogni giovedì richiamano migliaia di studenti che liberano testa e mente in feste senza biglietto e con birra a prezzo politico. Latorre, con piglio a metà tra lo sceriffo di Nottingham e un sindaco leghista ha potuto far vergare agli scribi della sua consorteria in odor di loggia che l’ordine ora regna ad Arcavacata affermando: “Da domani sarà possibile programmare l’inserimento degli spazi sui quali insistevano le tre baracche nella più generale e complessiva attività che vede impegnata l’Università tesa a rendere il Campus, in ogni sua parte, libero da impedimenti, aperto e fruibile a tutti”. Gli occupanti hanno commentato con prosa ben diversa: «Al rientro dalle ferie estive al posto dei capannoni dismessi e recuperati con cura e sacrificio e fino ad oggi pieni di vitalità artistica e culturale, gli studenti troveranno una spianata di cemento, monumento all’ottusità di questo rettore.». L’autunno di Arcavacata sarà utile per capire se il rettore-re Latorre e il potere del cemento buono per ogni schieramento siano stati in grado di seppellire il bene comune nato dal sapere critico di un ateneo originale per didattica e autonomia di pensiero nei suoi trent’anni di storia.
PARIDE LEPORACE
Da Il Quotidiano della Calabria del 13.082011 -
Gentile direttore,
ancora una volta il suo giornale è riuscito ad avviare un dibattito pubblico su una vicenda che, in tempi passati, sarebbe passata nell’assoluto silenzio dei media locali e che, invece, mi pare di notevole interesse pubblico: lo sgombero, realizzato con l’ausilio di forze dell’ordine e mezzi meccanici, di taluni spazi occupati all’interno dell’Università di Arcavacata, da vari gruppi di studenti, il cui più noto è senz’altro quello chiamato “Filorosso”.
Mi piacerebbe contribuire al dibattito proponendo il punto di vista di chi, per mestiere, si sforza di costruire “legalità”, posto che è proprio l’esigenza di legalità la principale ragione addotta dal rettore Latorre a sostegno delle sue decisioni.
Di legalità si discute ragionevolmente molto in questo paese, che spesso pare esserne plasticamente l’antitesi ed in questa regione che di quella antitesi è cuore pulsante, come se ne discute è, però, spesso un altro paio di maniche. Il presupposto – fin troppo banale – da cui partono sempre queste discussioni è che occorre rispettare le leggi, intese nel senso più lato, cioè come tutto quel complesso di regole, piccole e grandi, che reggono il nostro vivere insieme.
Presupposto dal quale discende tutta una serie di corollari: il fatto che le leggi e le regole sono le sole armi dei deboli; che esse, in particolare, sono l’imprescindibile argine all’arroganza ed alla violenza del crimine organizzato e via enumerando. Tutte cose condivisibilissime, come è evidente, pur tuttavia queste enunciazioni rimangono appena alla superficie di un discorso che è molto più complesso. Ogni discorso su leggi e regole è, in fondo, un discorso sulla democrazia, ma declinato nei modi cui si è accennato non va
molto oltre il motto “legge e ordine” con il quale esso era riassunto nelle monarchie liberali di fine ottocento, nelle quali leggi e regole erano scritte per garantire una piccola minoranza di privilegiati ed alla masse di esclusi non rimaneva che sfidarle, quelle regole, spesso affrontando le canne di fucile di fanti e soldati a cavallo mandati, appunto, a ripristinare la “legalità”. Che poi da quella sfida siano nati diritti e diritto può apparire, solo a un’occhiata molto superficiale, un paradosso.
Ecco, perché, ho sempre ritenuto i dibattiti organizzati in scuole e licei per “educare alla legalità”, monopolizzati da giudici e poliziotti e da rappresentazioni schematiche in cui “legale” era sempre sinonimo di “giusto”, dei veri e propri autogol. Io credo, invece, fermamente che la sola possibile educazione alla legalità sia educazione alla critica delle leggi. Solo cervelli capaci di andare alle origini delle regole che disciplinano il nostro stare insieme ed indagarne le ragioni e la loro permanenza, possono orientare alla
legalità una comunità, ecco perché in quei dibattiti dovrebbero essere presenti anche storici, sindacalisti, artisti, in questo paese partigiani, fintanto che ce ne sono ancora in circolazione.
Questa lunga premessa per dirle della mia meraviglia nel leggere le ragioni del rettore Latorre a sostegno di quegli sgomberi: mancanza di autorizzazioni, concerti autofinanziati, vendita di bevande alcoliche, ragioni di tutela della pubblica incolumità…
Hanno efficacemente replicato i diretti interessati che ognuna di queste necessità poteva essere soddisfatta dalla stessa istituzione che ha voluto, invece, ruspe e forze dell’ordine. Sono anche queste considerazioni banali, illustre rettore, per chiunque abbia qualche volta calpestato viali e corridoi di un’università. In ognuna di esse, da sempre, “minoranze” esercitano la critica ed il dissenso, occupano spazi, “producono” dibattito e cultura oltre ed altrove rispetto ai percorsi tracciati dall’istituzione che li ospita. E’ vero, a volte
prevaricano, ed in questo caso non è ammissibile comprensione, ma molto più spesso formano, allo stesso modo in cui formano, nelle aule ufficiali, le ufficiali lezioni dei docenti.
In anni troppo lontani, ho imparato nei collettivi politici universitari l’esame critico di leggi di riforma scolastica e persino di norme di leggi di finanziarie che credo non pochi parlamentari votassero ignorandone il contenuto. Ho iniziato a ragionare sulla dottrina e sulla pratica della “guerra globale” quando esse erano ancora agli albori. Ho discusso di diversità ed emarginazione, ho ascoltato musica ed ho persino bevuto alcolici. Quella “illegalità”, pensi un po’ signor rettore, mi ha portato a fare ilgiudice.
Per concludere, ancora, con la legalità, dovremmo sempre ricordarci che una tormentata storia ha prodotto il miglior compromesso finora ottenuto per conciliare legalità e giustizia che sono le moderne Costituzioni ovvero una legge che contiene i precetti per “giudicare” le altre leggi. La nostra è una delle più complete e belle in circolazione (nonostante gli sfregi di taluni odierni apprendisti stregoni), e contiene tre articoli, il 17, il 18 ed il 21 che prevedono la libertà di riunirsi, di associarsi e di manifestare il proprio pensiero. Pensati con il ricordo ben presente del fascismo appena sconfitto, sotto il quale tali libertà erano chimere e,
soprattutto, pensati per minoranze, perché è per le minoranze che esistono le Costituzioni ed, a volte, da quelle minoranze scaturiscono le idee su cui vengono edificate.
Emilio Sirianni





